L’estate è isolarsi… Julio Larraz

Julio Larraz (1944) è un artista cubano, considerato come il maggior esponente dell’arte contemporanea caraibica. Nelle sue opere egli coniuga etica e realismo, i suoi soggetti sono chiari e ricchi di poetica rappresentativa, di libera immaginazione ed elaborazione del bello ed enigmatico mondo sociale. La sua tecnica pittorica è pulita e luminosa.
Navigare nel mare o nell’universo? Il mare è dunque un luogo unito al cosmo.
Una fresca sensazione accostarsi alle sue rappresentazioni marittime e dei suoi abitanti solitari, tutto è come un’isola, la vita, l’impegno, la salsedine sui nudi, la frutta matura pronta a disposizione sui tavoli in mezzo agli arredi semplici. Questa è l’estate… La semplice illusione di sentirsi isolani e isolati da tutto.

 

 

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Primaria estate

 

 

Ti ha portato la luce
ed il fuoco sulle terrazze deserte
e le donne che sporgono come piante di plumbago
le fronde celesti e la loro salvezza.

Un pescatore ha cambiato dolore
vende arte
svela il prezzo
e si allontana.

Tutti bevono a grandi sorsi
ed odorano a piedi scalzi
nelle rocce e sui legni
i profumi secchi della quiete
e prestano il tempo da sprecare.

L’assenza e la presenza
si alternano come viaggiatori

il minuto che fugge per lasciarmi sola
con tutti i miei desideri e la mia ricca scorta.

 

A. Leda, 2017

 

Musica: Dirty Three – Sirena

Ocean songs, 1998

Vita precedente / 3

Ero un cormorano, asciugavo al sole le mie piume nere, stavo a riposo su scogli in pietra lavica, avevo amici vicini e lontani ma stavano tutti rivolti verso il sole o verso le onde vive…

A. Leda

 

Sixto Rodriguez – Crucify Your Mind (Cold Fact, 1970).

Foto da Flickr: https://www.flickr.com/photos/jessicaperuzzo/

 

 

 

 

Oltremare

Oltremare

Ho avuto dubbia la presenza degli altri
nascosta sotto mia madre e il suo nero aprile
sue le gambe di liliali mandorli… mio il rifugio
e da lì osservavo visi e denti mobili.

Adesso esco fuori
ed i miei passi fanno sera
ed era pace ma ora ho voce
se solo fossi legno esisterei breve.

I suoni che amo tremano
e i miei poeti parlano altrove.
Così il buio è indumento
galera d’anima oltremare
e le fotografie a ricordare vita
non si muovono
come purgatori senza meta
nate e morte in camere oscure.

La tua corona docile
é un díro incontro
fa strada a vuoto
lasciando lagne in tardi echi.

Le robinie a terra come baci bianchi
terminano l’età dentro un parco
smettono le musiche, ogni fumo denso e ogni trionfo
e s’alzano nuovi ripari oltre il tuo metro.

A. Leda, 2017

 

 

Musica: Push the Sky Away – Nick Cave and the Bad Seeds, 2013

Dipinto: Marc Chagall – “Nu a dramont”, 1955.

Volo a sud

 

Volo a sud

 

La notte ha un ultimo rumore
o il giorno un primo suono.

Oggi volo all’alba
e le gocce rigano come pianti le ali.

Dall’alto non riconosco nulla
i laghi segreti
le setacciate case
le ombre che paiono tutte azzurre.

Vibrano le braccia ferme
e fa sete il sonno perduto
sospesi giocan le dita
e tutto dista ed è perdono.

L’assenza tacita s’accorcia
come i cori alti che diventano intimo culto.

Vedo i miei tanti colori lasciati a terra
e la luce funziona solo con il cielo.

A. Leda, 2017

 

 

Immagine: John Constable, Spring Cloud Study, 1822, Victoria & Albert Museum, London, UK

 

 

 

Primavera primaria

Primavera primaria 

Ho il deserto a strascico
ma ai miei occhi novità
e le anime urlano nella gora
acque e margherite sparse

C’è un cielo per andare via
per l’incessante sentire
per i nidi piantati al sole
per le promesse ombre

Una gazzarra felice di piante
con le strade tutte aperte
come la luce d’oggi e per domani
un continuo vanto di vari orizzonti

ho un pensiero per ogni inutile amore
ai binari al mio fianco
una veloce immagine
e più profumi nuovi.

C’è un carico di caldi assensi
tolte le giacche
gambe e ore lunghe
pelle e gusto lento.

Terra di viole che volevo
non ho dediche per te
non guardarmi
ho il nero deserto a sud della mia vita.

Gli eredi si commuovono
senza piogge certe
con le campane sconosciute
identiche alle lontane

ed io che profumavo le mie stanze
con effluvio bianco rubato alle vie…
ora mi muovo come infinita
con le stesse frecce e urla delle rondini vaghe.

A. Leda, 2017

Passata notte

Passata Notte

 

Eri velluto dietro il mio moto
ora seta
ora sole colto sul ciglio
che molce il mio oggi.

La calda mano sul profilo
su ogni mio umbratile ascolto conclude.
Fuori è già netto
l’indaco dei palazzi desti

muti i tacchi stanchi
mute le gonne umide leggerissime.
Muta anche l’erba spenta delle campagne nascoste
e l’aria ha gli occhi aperti a schiaffi.

Prima dei suoni altissimi
dei convolvoli gualciti e rivolti

degli operai aggregati
delle avanzate frasi di una madre in piedi.

Prima di tutto.

Il deliquio ombreggiare dei platani
un bacio freddo e mi volto verso la luce, il tempo e il mare.

 

A. Leda, 2016

 

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immagini dal web

 

 

Leonard Cohen, solo in parte. 

Farò parte dei divulgatori post mortem, becchini, avvoltoi… o semplicemente poveri dispiaciuti, non avrei voluto. Per un’anima che si spegne, non giovane lo so, c’è sempre una riflessione (chissà quante). Giorni fa ho fatto l’Italia in pullman ascoltando il suo ultimo lavoro “You Want It Darker” e ho riflettuto, senza mai pensare per un istante alla morte, perché pubblicare un nuovo album è la massima espressione di un’anima vitale: “sembra un viaggio al centro della terra, gli arrangiamenti poi… sono senza epoca”.  Adesso lo metterò da parte, lo riprenderò tra del tempo, perché non ho voglia di pubblicare testamenti.
Vi incollo un manifesto, senz’altro, uno dei suoi sussurri notturni più apprezzati. Lo riporto anche a nome di una mia cara amica…

E poi una lirica da rispolverare in seguito alle nuove prese di potere. Dal nono album di studio “The Future”,  da lui pubblicato nel 1994, prima di ritirarsi per cinque anni in un monastero zen buddista.
Qui di seguito, non il cantato ma una lettura del testo tratta da “The United State of Poetry” episodio “The American Dreams” 1996, diretto da Mark Pellington, prodotto da Bob Holman and Joshua Blum.

Traduzione di Massimo Cotto
da: “Leonard Cohen, Canzoni in una stanza – Tutti i testi”
Arcana Editrice (Milano 1993)

DEMOCRAZIA

Sta arrivando attraverso un buco nell’aria;
da quelle notti in piazza Tien-an-Men.
Sta venendo dalla sensazione
che non è esattamente vera
o è vera ma non è ancora esattamente al suo posto.
Dalle guerre contro il disordine,
dalle sirene notte e giorno;
dai fuochi dei senzatetto,
dalle ceneri dei gay:
la democrazia sta arrivando negli USA.

Sta arrivando da una crepa nel muro;
su un visionario diluvio d’alcol,
dallo sconvolgente resoconto
del Sermone della Montagna
che non pretendo affatto di capire.
Sta venendo dal silenzio
sulla banchina della baia,
dal coraggioso, dall’intrepido, dal malconcio
cuore della Chevrolet;
la democrazia sta arrivando negli USA.

Sta arrivando dal dolore nelle strade,
i sacri luoghi dove le razze s’incontrano;
dalle baruffe omicide
che hanno luogo in ogni cucina
per determinare chi serve e mangia.
Dai pozzi della delusione
dove le donne s’inginocchiano a pregare
per la Grazia del Signore in questo deserto
e nel deserto lontano:
La democrazia sta arrivando negli USA.

Veleggia, veleggia,
o possente Nave dello Stato!
Verso i lidi del Bisogno
oltre le Scogliere della Cupidigia
attraverso le Bufere dell’Odio
veleggia, veleggia, veleggia…

Sta arrivando prima in America,
culla del meglio e del peggio.
E’ qui che hanno tutto e il suo contrario
e il meccanismo per i cambiamenti;
ed è qui che hanno provato la sete spirituale.
E’ qui che la famiglia si è spezzata
ed è qui che i malinconici sostengono
che il cuore deve aprirsi
in un modo fondamentale:
la democrazia sta arrivando negli USA.

Sta arrivando dalle donne e dagli uomini.
Oh, piccola, faremo l’amore ancora.
Ci spingeremo così in profondità
che il fiume prenderà a piangere,
e la montagna griderà Così sia!
Sta arrivando come la marea del diluvio
sotto l’influenza della luna,
imperiale, misteriosa,
in amoroso assetto:
la democrazia sta arrivando negli USA.

Veleggia, veleggia,
o possente Nave dello Stato!
Verso i lidi del Bisogno
oltre le Scogliere della Cupidigia
attraverso le Bufere dell’Odio
veleggia, veleggia, veleggia…

Sono un sentimentale, se capisci cosa intendo:
amo il paese ma non sopporto la scena.
E non sono di destra né di sinistra
e questa notte rimarrò a casa mia,
a perdermi in quel piccolo schermo senza speranze.
Ma io sono resistente come quei sacchi dell’immondizia
che il Tempo non riesce a deperire,
sono roba vecchia ma alzo ancora
questo piccolo mazzo di fiori:
la democrazia sta arrivando negli USA.