Le candele di De La Tour

Georges de La Tour (1593-1652) pittore francese del XVII secolo. Nato in un piccolo villaggio in Lorena, figlio di fornai. Dopo anni di sofferenze, avute dai disagi del tempo, si trasferì a Parigi con la moglie e i figli sopravvissuti e venne accolto alla corte di Luigi XIII dove lavorò per conto del cardinale Richeleiu. Le guerre del periodo distrussero molte delle sue opere, ad eccezione di alcune rimaste protette in qualche chiesa. Così, all’età di 45 anni, dovette ricominciare a creare.

Artista enigmatico, che ritrae santi come barboni di strada, senza attributi iconografici, prediligeva proprio come soggetti i santi ma sapeva che con i ritratti della borghesia avrebbe potuto mantenere la famiglia. Scelse un tema particolare per l’epoca – “la riflessione silenziosa” – i soggetti, spesso soli, vengono illuminati esclusivamente da una sola candela. In questo genere di rappresentazione ha ricercato per se stesso la tranquillità illuminata dalla luce di Cristo.

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Io non credo, non sono una religiosa. Provo un certo interesse per la figura di Cristo. La sua storia e le sue rappresentazioni. Ciò che ho imparato nel mio breve catechismo.

Sono legata al rito familiare del presepe e al ricordo della sua preparazione. Le mie statue, sono sempre state illuminate da una sola candela e come De La Tour anch’io cerco sul loro profilo illuminato da quella luce calda la “riflessione silenziosa”, tra il profumo del mio inverno, generato dalla cera delle candele e dagli oli degli agrumi intersecati tra le mie dita.

Ho incontrato l’opera “San Giuseppe il falegname” (1642-1644) al museo Louvre di Parigi. Dentro una stanza al buio c’è Gesù, che è ancora un bambino, tiene una candela in mano, fa luce al padre che sta lavorando alla costruzione di una croce, la sua Croce.
S. Giuseppe lo guarda, ha gli occhi lucidi, le labbra serrate nascoste dalla barba, lavora in silenzio e non riesce a dire niente al figlio, trattiene solo il pianto e nel frattempo ascolta le parole di Gesù che si mostra sicuro, impavido… E sembra dire “non preoccuparti”…

Un soggetto più volte ripreso da De La Tour è quello di Maria Maddalena. La donna riflette davanti ad un teschio la sua colpa incomprensibile… “perduta e innocente”.

Ho sempre amato le luci calde, il fuoco, elemento di origine delle passioni che aiuta alla riflessione prima della creazione, del cambiamento o della totale accettazione di sè. Spero sia stato per un attimo così, anche per Maria Maddalena.

Inverno primario, cambio terra e Olivia Sellerio

......nebbia mattutina....(....paesaggio emiliano...)

Inverno primario

Ferrara io non ti vedo
non ti ho chiesta
cinta larga
oggi inverno

Raccolti di gelo sulle foglie
di alberi senza una mia anagrafe
precipitano in gocce dosate
…si schiantano.

I meli ascoltano i campi lunghi
I pioppi cadenzano nel fitto
hanno ultime foglie o ultimi passeri
…scelte irrisolte, da abitare.

Ferrara in regola
umore calibrato
fossato del mio animo
età celata.

Sei arredo ma non mia dimora
che è priva di referenza ma anima utile.
Io piango il mio dovere
qualcosa mi hai rubato

qualcosa mi riprendo
e non ti restituirò
lo riprendo e lo amo
anche in te nuova terra.

Ferri, ruote e registi silenziosi
mi sorpassano come soffi
cerco casa
… e non trovo le mie mani nascoste.

A. Leda, 2016

Foto flickr: Marisa Caniato

Olivia Sellerio

Olivia Sellerio nasce a Palermo. Cresce fra i libri e si appassiona al canto ancora bambina. Studia pianoforte e frequenta il Folk Studio di Palermo partecipando agli incontri coi cantori urbani e acquisendo e coltivando nel proprio i diversi modi del repertorio popolare siciliano. Collabora appena adolescente con musicisti quali Alfio Antico, impegnati nel rinnovare profondamente le modalità e i materiali della musica di estrazione etnica e tradizionale. Intanto, grazie a una natura curiosa e duttile e a una forte inclinazione all’apprendimento di lingue e generi musicali diversi, e a un’assidua frequentazione della comunità Capoverdiana a Palermo, impara il dialetto creolo e studia il canto tradizionale dell’arcipelago africano dalla Morna al Batuque che qualche anno dopo, durante la sua permanenza a Parigi, interpreterà accompagnata da musicisti della comunità lusofona della capitale francese.

L’amore per  il jazz, inizia dall’infanzia ascoltando i dischi del padre. Studia canto jazz e tecnica lirica. L’attività di famiglia la lega fortemente e fisicamente alla città natale, così fino al 2003, divisa tra i libri e la musica, sceglie di limitare la propria attività di cantante alla scena Siciliana. Forma i primi gruppi a suo nome -a proprio agio tanto nell’interpretare brani della tadizione americana, quanto nel repertorio brasiliano e latino americano e collabora per tutti gli anni novanta con i migliori musicisti della scena isolana molti dei quali di rilevanza nazionale.

Dal 2004, grazie alla preziosa presenza del fratello Antonio entrato a pieno titolo alla guida della casa editrice al fianco della madre, può finalmente dedicarsi soltanto alla musica. Nel 2005 esce per Egea il suo primo disco Accabbanna. Nato dall’esigenza di coniugare il canto jazz con quello popolare siciliano e dall’incontro con Pietro Leveratto.

A conferma del suo amore per la parola scritta e consolidando il sodalizio col contrabbassista e compositore Genovese, mette in musica diverse poesie tra queste Nas quatro estacoes del poeta portoghese Gastao Cruz e Lingua e dialettu del poeta siciliano Ignazio Buttitta. Un nuovo cd, Violeta, tributo alla Parra, somma poetessa e musicista Cilena del 900.

Fonti/link: http://www.produzionifuorivia.it/ProgettiNovita/romanze.htm

Hopper negli angoli 

Edward Hopper (1882 – 1967) pittore statunitense, nacque a Nyack, cittadina sul fiume Hudson, nel sud-est dello stato di New York. I genitori, piccoli borghesi americani, avevano un negozio di tessuti. Già da bambino Hopper era abile nel disegno e mostrava interesse verso le navi e tutto ciò legato ad esse. Da grande divenne famoso per “i ritratti della solitudine” nella vita americana contemporanea.
Nel 1935 al New York Post dichiarò: «Sono stato sempre molto attratto dall’architettura, ma i direttori dei giornali vogliono gente che muove le braccia».
Un forte realismo nelle sue pitture, apparentemente, benché lui stesso diceva: “non dipingo quello che vedo, ma quello che provo”.

Ritratti del mondo urbano di New York, delle strutture interne ed esterne, di scogliere, spiagge e paesaggi del vicino New England, in particolare di Ogunquit e dell’isola di Monhegan nel Maine. Scenograficamente c’è un forte silenzio, un grande deserto, ci sono spazi ben descritti, anche da colori brillanti, da luci artificiali.

I soggetti, che sia un albero o una figura umana, accostati a strutture architettoniche o ad ampi spazi esterni, sono ripresi in momenti di solitudine metafisica.

Ci sono loro, ci siamo noi, spie che guardano l’inaccessibile, le attese, l’incomunicabilità, indispensabili stati e bisogni del genere umano… perlomeno del mio stesso essere.

C’è quel viaggio in America, il posto dove non siamo mai stati ma che ci siamo promessi di vivere anche solo da spettatori, perché solo così possiamo essere, spettatori. In alcuni film e nei quadri di Hopper un po’ l’abbiamo vissuta…

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Il mio cigno

La leggenda mitologica greca della Leda e il Cigno è narrata nelle Metamorfosi d’Ovidio. Leda, era la giovane e bella figlia di Testio, re dell’Etolia e andò in sposa al re di Sparta, Tindaro.

Zeus, innamorato di lei, assunse le sembianze di un cigno e si congiunse con Leda sulle rive del fiume Eurota, da questa unione carnale la donna generò due uova da cui nacquero Dioscuri, Castore e Polluce, considerati in alcune interpretazioni come patroni dell’arte poetica, della danza e della musica. Anche il marito di Leda, Tindaro, giacque la stessa notte con lei, dalla loro unione invece diede alla luce Elena di Troia e Clitennestra.

 La metamorfosi di Zeus, che ha come fine l’accoppiamento, è un tema ricorrente nella mitologia e il mito di Leda, in campo artistico, è servito a pittori come Leonardo, Michelangelo, Correggio, Géricault, Boucher, Matisse, Cezanne, Botero, Dalì, Tiffin (e tanti altri) a raffigurare l’atto sessuale con delicata immagine.

 L’eros è una sottile allusione in mezzo al bellissimo.

 

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Austerità 

Austerità, Spartiti – 2016

Domenica 4 dicembre 2016. Cielo grigio Londra sull’area etnea, la solita pioggia annoiata ed annoiante di questo mese, cade per inerzia ed io bevo il tè, che nel frattempo tra pensieri indecisi si è fatto tiepido e non ho certamente voglia di uscire. Mi dicono da mesi, e negli ultimi giorni ancor più insistentemente, che oggi si vota per il Referendum costituzionale e quindi devo mettermi a pensare. Dovrei alzarmi dal divano più comodo della domenica e fare il mio dovere. Ho rischiato di essere “molestata alla cassa del supermercato” che fortunatamente in questi giorni non ho frequentato.

Probabilmente cadrà questo governo improvvisato, ci saranno le elezioni. Ma io non avrò chi votare. Non stimo nessuno e nessuno mi rappresenta politicamente. Più tardi smetterà di piovere, l’unica figura che voterei è il cantante dei Pere Ubu in un video live del 1981, che somiglia un po’ a Renzi, solo più grassoccio, ma di certo con più stile.

Ascolto un lavoro che il 2016 ci ha fatto avere, è l’album del duo Spartiti, formato da Max Collini (Offlaga Disco Pax) e Jukka Reverberi (Giardini di Mirò), si chiama Austerità. Consigliatissimo, lo trovate su richiesta direttamente agli autori, lo spediranno loro in edizione speciale.

Si sta facendo tardi e il divano sempre più caldo. Nessuno mi ha spiegato le ragioni del mio voto così:

Per questo motivo di questo passo… con questa pioggia… non andrei a votare più.

Allunaggio

Ti vedo in bianco e non mi scaldi

ma sto attenta come gazze in terre grigie

veste della notte sfruttata

di odierne nascite e passate morti.

 

Condannata ad un buio esilio

la tua immagine, pozzanghera del mio zelo

mi ritorna il silenzio ed il palio

con fulgore vigile languidissimo.

 

Impronta, mia preziosa allusione…

…ma non esisto, evaporo con tiepide immagini

sfumo o divento sagoma.

 

Tu, compi il giorno finito.

Io, manco al mio confine

al mio santo buio

e ti cerco.

A. Leda, 2015